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Trascrizione prima parte
Marta
Ascoli* (parla
in dialetto triestino)
Mi ricordo che avevo queste trecce lunghe che non mi ero mai
tagliate… mi ha visto in quella foto?
*Marta
Ascoli nel 1944 aveva 17 anni. Arrestata con la famiglia, prima di
essere deportata ad Auschwitz, venne rinchiusa alla Risiera di San
Sabba per una settimana
Custode Risiera di San Sabba
Si, si…
Marta Ascoli
(parla in dialetto triestino)
… mia mamma non mi permetteva di tagliarle…
quando sono stata là mi hanno rasata… oggi non
sarebbe un gran peccato visto come sono spelacchiata… ma
quella volta… e vicino a me c’era una triestina,
da cui poi mi hanno divisa, e lei mi ha detto: «O dio, i
nostri capelli…» e io le ho risposto:
«Ascolta Laura, se dovessi uscire viva da qua anche senza
capelli lo farei subito, ma se devo morire anche se mi li hanno
tagliati…». Avevo diciassette anni….
Andiamo fuori…
(Rumore
dei passi che incamminano nel cortile della Risiera)
Marta
Ascoli (parla
in dialetto triestino)
Che brutta giornata avete trovato per venire qua… mamma
mia…
(Rumore
della pioggia)
Andrea Giuseppini
A Trieste nella Risiera di San Sabba
Marta Ascoli
Dunque, dove siamo noi, qui sopra, dalla parte di là
c’erano gli uffici del comandante, qua c’erano
circa… adesso non so quanti tedeschi. Poi c’erano
gli ucraini e tutti quelli che lavoravano nelle cucine. Nella parte
bassa, lì in fondo, c’era il magazzino dove veniva
depredato tutto quello portavano via. Perché ci portavano
via tutto, anche quello che veniva portato via da casa. E sopra
c’erano le camerate dove si stava da una parte, mi pare nel
secondo piano, gli uomini e nel terzo c’erano le donne. E qui
sotto c’erano le cellette di tortura dove venivano immessi i
prigionieri fino a quando venivano interrogati e anche dopo.
(Rumore
di passi e pioggia)
Marta Ascoli
Prima di partire i tedeschi fecero saltare il forno crematorio che
c’era qui.
Per quello che riguardava ossa e cenere, venivano messi nei sacchi,
questo lo seppi dopo, e venivano portati via da dei tedeschi su carri
trainati da cavalli. E venivano portati abbastanza distante, allo scalo
legnami e lì gettati in mare. E a distanza di anni vennero
trovate queste… le ceneri forse no, ma le ossa di queste
persone vennero trovate
(Musica)
Galliano Fogar*
Nella Risiera venne fatto funzionare un vero e proprio forno crematorio
come quelli molto più grandi di Auschwitz, di Treblinka,
eccetera. Questa è una caratterista che nessun altro campo
di internamento creato dai nazisti in Italia ebbe. Di conseguenza, alla
Risiera… noi la chiamiamo Risiera in termine, diciamo
così, dialettale quasi… un vecchio stabilimento
per la lavorazione del riso, in un rione industriale, cioè,
un lager nella città, questa non è una cosa
frequente… nel Polizeihaftlager della Risiera di san Sabba
si uccidevano e si cremavano le vittime designate, anche un piccolo
nucleo di ebrei fu ucciso e bruciato in Risiera, ma in genere gli ebrei
venivano concentrati nella Risiera da tutte le parti della regione, e
da qui spediti con i convogli ad Auschwitz. Mentre i civili,
ostaggi… non solo partigiani, politici… ostaggi
civili, uomini e donne, anche giovanissimi… venivano uccisi
in Risiera.
Secondo le sentenze del processo le vittime in Risiera furono 2.000
escluso il piccolo gruppo di ebrei che venne ucciso anche in Risiera,
mentre la maggioranza venne mandata altrove. Secondo altri calcolo
fatti da superstiti e da studiosi sull’argomento arriviamo
tra le 3 e le 4.000 persone sterminate in Risiera. Gente
cioè che è entrata in Risiera e di cui non si
è mai saputo niente. Sparita.
*Galliano
Fogar, dell'Istituto regionale di storia del movimento di liberazione
in Friuli Venezia Giulia, ha partecipato al processo in
qualità di perito storico
(Musica)
Franc
Šircelj*
(sloveno tradotto in italiano)
Sono stato arrestato nel mio villaggio nel mese di novembre del 1944.
Militavo nell’Armata jugoslava con compiti di collegamento
territoriale. Stavo portando una lettera a un corriere quando
c’è stato un rastrellamento di un reparto SS. Ci
hanno radunati al centro del paese poi trasportati a Riauce dove
c’erano altre persone arrestate e da lì, con degli
autocarri, ci hanno portati direttamente alla Risiera.
La prima sera siamo stati rinchiusi in uno stanzone, il secondo giorno
ci hanno tolto tutto quello che avevano e divisi in piccole celle.
*Franc
Šircelj militava nell'armata jugoslava. Catturato dai
tedeschi durante un rastrellamento, venne subito trasferito e
imprigionato a San Sabba. Vi rimase per cinque mesi
(Musica)
Enzo
Collotti*
Bisogna tener conto della situazione che i tedeschi trovano a Trieste e
nella Venezia Giulia - nel complesso di quello che poi sarà
chiamato il Litorale Adriatico - l’8 settembre del 1943. Non
si può prescindere dai precedenti. E i precedenti sono la
presenza già in quell’epoca nella zona nord
orientale d’Italia della guerra partigiana alimentata
soprattutto da sloveni, ma anche da croati, con la presenza anche di
elementi italiani andati in montagna già prima
dell’8 settembre del ’43 e, con
l’ulteriore premessa, della situazione creatasi con
l’aggressione alla Yugoslavia e con la precedente oppressione
delle minoranze slave da parte del regime fascista. Se si prescinde da
questo quadro non è possibile capire che cosa succede
l’8 settembre. Quindi come i tedeschi si insediano
nell’area, non soltanto per ragioni strategiche come
ufficialmente affermano, ma anche con delle pretese politiche molto
precise e con la motivazione di volere pacificare una zona che era
stata resa particolarmente accesa nelle conflittualità
nazionali soprattutto dal regime fascista.
*Enzo
Collotti, storico, ha partecipato al processo in qualità di
perito storico
(Rumore
di passi e pioggia)
Marta Ascoli
Il 19 marzo del 1944 io ero a casa assieme a mia madre. Mi ricordo che
studiavo chimica, figurarsi, era l’ultimo anno
delle magistrali. Suonarono alla porta e arrivarono due tedeschi delle
SS. Con modi alquanto bruschi, una volta confrontati i nostri nomi, ci
dissero di seguirli. Mi ricordo che era verso le 20 di sera. Quindi
fummo costretti a seguirli. Mentre scendevamo le scale
arrivò mio padre che usava di solito faceva sempre delle
partite a scacchi e a quell’ora tornava a casa
all’ora di cena dopo aver fatto le sue partite. Lo fermarono
e gli chiesero chi era e saputo che era mio padre dissero anche a lui
di seguirci. In prossimità del giardino pubblico
c’era un camion chiuso con dei teloni e con questo camion poi
ci portano in Risiera.
Siccome il nostro è un cognome di città e i
cognomi di città sono di origine ebrea però io
ero battezzata dalla nascita, mia madre era cattolica e i suoi genitori
pure, avevo tre nonni ariani. Non dovevano neppure toccarmi con le
leggi di Norimberga. E poi era nel loro interesse, praticamente,
appropriarsi di tutte le proprietà degli ebrei, tanto
comandavano loro, nessuno avrebbe obiettato niente. Infatti a noi ci
portarono via tutto quello che avevamo in casa.
(Musica)
Galliano Fogar
La Venezia Giulia, più la provincia di Udine,
più l’ex provincia italiana di Lubiana occupata
dagli italiani nel 1941, quest’area viene
denominata dai nazisti Adriatisches Küstenland ,
Litorale Adriatico. C’era un confine con l’Italia
al di là del Tagliamento. Bisognava avere un documento
di passaggio, un’autorizzazione per entrare nel
Friuli e nella Venezia Giulia. Gauleiter era il supremo governatore
civile e politico. Era quello che poi decideva su tutto. Poteva
modificare sentenze civili e penale, annullarle. Lui aveva diritto di
vita e di morte.
(Musica)
Enzo Collotti
La presenza dei tedeschi ha un obiettivo immediato che è
quello di occupare una posizione sicuramente importante dal punto di
vista militare perché è l’anello di
congiunzione tra la parte meridionale del grande Reich e il teatro
balcanico oramai in pieno incendio. All’interno di questa
situazione vi è sicuramente l’intenzione di
annettere quest’area periferica italiana in prospettiva al
grande Reich. In quest’area, per giunta, vengono applicati
metodi di lotta tipicamente nazisti, sia dal punto di vista razziale
– quindi il problema della soluzione finale applicata al
Litorale Adriatico - sia dal punto di vista della lotta contro i
partigiani, perché esplicitamente in questa zona, e io
stesso ho pubblicato i documenti del generale Kübler a
riguardo, vengono applicati i metodi per la lotta contro le bande, come
si diceva, all’est, nei territori orientali. Quindi metodi e
sistemi di guerre di sterminio.
Questo è il contesto in cui bisogna collocare
l’episodio sicuramente così rilevante della
Risiera. Quindi la Risiera come luogo di transito ma anche come vero e
proprio campo di sterminio con la duplice funzione, contro i partigiani
sloveni croati italiani, contro gli antifascisti in genere, e contro
gli ebrei.
(Musica)
Franc Šircelj (sloveno
tradotto in italiano)
I primi giorni ci davano qualcosa da mangiare, ma poi sempre di meno.
Nelle celle c’era un secchio per i nostri bisogni, ma di
solito era vuoto. Se c’era qualcosa era solo puzza. In poco
tempo ci siamo riempiti di pidocchi. C’erano talmente tanti
pidocchi che ci si poteva fare un cappotto.
Avevamo mezz’ora di luce al giorno, ma se qualcosa andava
male, ad esempio se c’erano degli arresti o qualche altro
evento straordinario, non ci facevano neppure uscire. Dopo quindici,
venti giorni era diventato così difficile stare rinchiusi
lì dentro che in tre quattro abbiamo cominciato a cantare
delle canzoni partigiane, tanto a quel punto pensavamo che da
lì non saremmo più usciti. Ma non successe
niente. O non capivano le nostre canzoni, oppure, non so, le
ignoravano. Nessuno ha reagito. Noi eravamo disperati, veramente
disperati. Mi creda alle volte piangevo.
Non mi sono lavato per cinque mesi. Non mi sono rasato per cinque mesi.
E neanche cambiato i vestiti.
(Musica)
Marta Ascoli
Fummo subito divisi. Mio padre andò in una camerata dove
c’erano solo uomini, mi sembra che era il secondo piano,
mentre io e mia madre assieme ad altre donne andammo al terzo piano.
Lì dietro c’era un binario morto dove, nel tempo
che sono rimasta qui, circa due o tre settimane, ci facevano fare una
piccola passeggiata di mezz’ora, tre quarti d’ora.
Che era sempre nell’interno di questa Risiera,
però aveva stà specie di binario lì
… ci facevano fare questi quattro passi lì.
Però eravamo richiuse dentro, non si poteva guardare fuori,
a parte che tutte le finestre erano abbrunate… e si
sentivano, specialmente quando loro torturavano o prigionieri o
partigiani, si sentivano ogni tanto delle urla, delle cose…
però loro per evitare questo mettevano degli altoparlanti,
facevano musica forte in modo da attutire queste grida. Ma noi sapevamo
che quella volta quando mettevano questi altoparlanti praticamente
torturavano, ammazzavano…
C’erano questi militi di manovalanza tra cui c’era
un certo Demjanjuk il quale, almeno così risulta,
… uccideva anche certi prigionieri con una mazza che in
seguito fu trovata. Questo era un certo Demjanjuk di origine ucraina,
che poi non so dove finì.
(Musica)
Galliano Fogar
Odilo Lotario Globocnik, il massacratore degli ebrei polacchi - quando
lui venne a Trieste aveva finito di organizzare lo sterminio di due
milione circa di ebrei in Polonia - da lì venne mandato
allora a Trieste. Assunse il comando delle SS per tutto il Litorale
Adriatico. Mandato qui nel Litorale Adriatico perché era la
nuova provincia destinata ad essere annessa al Terzo Reich.
Globocnik era irraggiungibile nella sua ferocia e nel suo sistema. Era
generale, sapeva come si organizzano i massacri di massa.
(Musica)
Enzo Collotti
L’Einsatzkommando Reinhard è praticamente il
cervello operativo che realizza in Polonia, tra il 1942 e il 1943, la
soluzione finale agli ordini del generale delle SS Globocnik.
Globocnik, originario di Trieste - non dimentichiamo che Globocnik era
nato a Trieste - alto esponente già nel periodo del nazismo
illegale in Austria del partito nazionalsocialista. Quindi lo possiamo
considerare un elemento particolarmente dotato per spirito di
fanatismo, per capacità combattiva di una struttura di
sterminio nazista.
Quando viene trasferito a Trieste trasporta buona parte di quello che
era stato il suo staff di comando in Polonia. Quindi, come dire,
il trasferimento di questo tipo di esperienza - una
delle esperienze più feroci della guerra, diciamo, di razza
all’est - a Trieste ha un significato molto
preciso. Cioè il significato di riprodurre su scala ridotta
i sistemi di lotta che già erano stati applicati in Polonia.
Galliano Fogar
Dell’Einsatzkommando Reinhard un nucleo viene piazzato in
Risiera, quando viene creato il lager, ma altri nuclei, uno a Fiume uno
Udine, svolgono lo stesso compito, ma l’unico campo
però di vero e proprio, non soltanto concentramento, ma
anche eliminazione, è quello di Trieste, comandato da uno
degli ufficiali di Globocnik. Christian Wirth e Dietrich
Allers… Dietrich Allers era uno degli organizzatori della
eliminazione delle cosiddette vite zavorra… alcuni dei
massimi capi dei grandi massacri nazisti sono venuti a Trieste e ci
sono stati due anni. Puoi immaginare…Questo non è
avvenuto in nessuna altra città d’Italia. In
questa intensità. Proprio qui… i maggiori
massacratori delle stragi, del genocidio, della shoah vennero a
Trieste. Mancava solo Eichmann.
(Musica)
Franc Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
Sa che cosa ci davano? Due sigarette a settimana, ma senza
fiammiferi… senza fiammiferi.
Non mi ricordo se il giorno prima di natale o prima di capodanno
è venuto un ufficiale SS. Era notte e noi stavamo dormendo.
Io avevo la testa girata verso la porta. E’ venuto e ha
cominciato a urlare. Io non capivo nulla. L’altro poi mi ha
detto che urlava che ci avrebbero sparato. Sì, era san
Silvestro, prima del capodanno. Mi ha tirato per i capelli e mi ha
buttato giù dal tavolaccio dove ero sdraiato. Cose del
genere accadeva quasi quotidianamente.
Una volta un militare tedesco, proprio qui dove sono seduto io ora,
l’hanno talmente riempito di botte, ma così
tanto… era un militare tedesco ma era polacco, non mi
ricordo cosa avesse fatto, ma l’hanno così
riempito di botte… avevano una sedia di ferro rotonda, con
questa sedia l’hanno talmente colpito, talmente riempito di
botte… che è morto qui.
(Rumore
di passi e pioggia)
Marta Ascoli
Io aspettavo di giorno in giorno di uscire, che ci interrogassero.
Invece non ti interrogarono mai. Una mattina all’alba vennero
a chiamare i nostri nomi… qualche giorno prima era arrivato
un trasporto da Fiume e da Rab, che all’epoca si chiamava
Arbe e dove c’era una specie di lager dove erano confinati
molti ebrei ed era stato sotto i fascisti poi era passato sotto i
tedeschi. Loro aspettavano queste persone per fare un grosso convoglio
e mandarci poi via.
E qui in questo piazzale c’era un camion che aspettava, ci fu
detto di salire e con quello fummo portati al Silos dove
c’erano dei vagoni piombati e dove ci fecero salire e poi li
chiusero ermeticamente. Io chiesi di poter andare con mio padre e un
milite delle SS italiane mi disse: «sì,
sì» e mi fece salire.
Mia madre, probabilmente guardarono i suoi documenti… mia
madre rimase qui ancora per tre mesi e poi fu mandata fuori.
(Rumore
di passi e pioggia)
Franc
Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
Una volta mi hanno chiesto di andare a tagliare la legna,
cioè non mi hanno chiesto ma mi sono venuti a prendere.
Un’altra dovevamo trasportare dei binari. Eravamo in tre ma
non ci riuscivamo. Siamo caduti in terra e ci hanno rimandati in cella.
Sa, quando sono uscito pesavo quaranta chili, non avevo forze per fare
nulla. Noi stavamo lì, rinchiusi. Altre persone venivano e
andavano. Sparivano le persone. Noi invece stavamo lì e ci
sembrava strano… ci sembravano strane le loro intenzioni con
noi. Non riuscivamo a capire. Sapevano che alcuni venivano portati in
Germania, almeno noi sapevamo così. Mi ricordo due che erano
di Muna, se non mi sbaglio, il padre e il figlio…
c’era anche uno zio. Sono stati qui un paio di giorni e poi
anche loro sono spariti.
(Rumore
di passi e pioggia)
Marta
Ascoli
Mia madre poi ebbe il coraggio di tornare in Risiera a parlare con i
comandanti che erano veramente feroci…
SS… se avessero potuto l’avrebbero eliminata, ma
siccome lei era stata da un loro superiore non poterono
farlo… e le dissero di attendere. Così le
mandarono una lettera prima dove dicendo che saremmo tornati e dopo un
mese o due le mandarono un’altra lettera dove le dissero che
noi eravamo… eravamo morti e i corpi erano stati neanche
identificati… sotto un bombardamento alleato. Quindi mia
madre non ebbe più neanche speranza per noi… e
quindi non potè fare più niente.
(Musica)
Franc Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
Io avevo una piccola matita nascosta in un buco del muro. Ho fatto
delle scritte lì, nella cella numero 3. Più volte
sono ritornato a vedere questa cella, ma è stato tutto
cancellato. E’ stato tutto ridipinto e non si vede
più nulla. Anche nella stanza della morte, dove sono stato,
era pieno, ma pieno di scritte sui muri. E io ho pensato:
«chissà quante persone sono passate per questa
stanza».
Questo l’ho pensato dopo, perché nei primi tempi
quando stavo qui io non lo sapevo nemmeno che c’era il forno
crematorio. L’ho saputo da un certo Jose che c’era
il forno e ci buttavano le persone dentro. Le persone venivano portate
anche da altre carceri, altri li prendevano da qui. Allora sapevamo:
ora tocca a loro. Quando lo facevano c’era sempre il rumore
di un grosso camion, e anche quello della radio a volume altissimo che
trasmetteva delle marce tedesche oppure Lilì
Marlene… sì, questa canzone c’era
sempre. E dopo si sentiva una puzza strana. Non sempre però.
Le prime volte pensavo:«ma che stanno
facendo…», e siccome lì c’era
anche una cucina ho pensato che stavano bruciando qualcosa. Era una
puzza come se stessero bruciando un maiale. Sa, i peli di maiale che
bruciano… ecco proprio quella puzza, identica. Ma, ripeto,
non sempre. Diciamo almeno ogni quattordici giorni. Anche una volta a
settimana delle volte.
(Musica)
Marta Ascoli
Dopo un viaggio proprio terribile… di… non si
può dire che angoscia avevamo… arrivammo ad
Auschwitz che non sapevo neanche che esistesse. Auschwitz è
il nome in tedesco perché il nome polacco
è Oswiecim, ma loro praticamente avevano
già imposto questo nome. Auschwitz era un complesso di
quarantaquattro chilometri quadrati dove c’erano campi vari.
Ma il campo proprio delle eliminazioni era Birkenau, dove sono stata
io, dove all’esterno c’erano quattro camere a gas e
altrettanti forni crematori, fuori dalla recinzione perché
il campo era tutto chiuso da corrente elettrica.
Io appena arrivata lì per un mese non potei nemmeno credere
che uccidessero con il gas. Anzi, non credevo per niente.
Però dopo un mese circa, uno dei tanti trasporti che non era
entrato in campo… e tutta la notte questi camini avevano
bruciato e si sentiva l’odore del… di questa carne
bruciata e queste fiamme… e la mattina dopo, andando a
lavorare, vedemmo tutta la strada… la strada ferrata
seminata di scarpette di bambine, di fotografie, di nastrini, e allora
mi resi conto che effettivamente succedeva quello che si stava diceva
in campo. Ma io per più di un mese non potei credere.
(Musica)
Franc Šircelj (sloveno tradotto in italiano)
Il 12 marzo sono venuti. E’ arrivato Schultz. Prima ha aperto
la mia cella, poi anche la numero 4, dove c’era un certo Jose
dell’Istria. Ci ha portato nel magazzino e lì ci
siamo dovuti spogliare. Allora abbiamo capito che si trattava dei
nostri ultimi respiri. C’erano altre persone che a turno
venivano spinte, mi sembra per delle scalette o una piccola porta.
Intanto dietro a noi erano arrivati degli altri. Quando quasi toccava a
Jose che era davanti a me, diciamo verso la fine delle scale, circa un
metro e mezzo, è arrivato Schultz e ha cominciato a gridare
di tornare indietro. Ha spinto Jose che a sua volta ha spinto me e
siamo caduti tutti e due. Volevamo riprenderci i vestiti, ma Jose
è stato di nuovo colpito. Ci hanno riportati in cella e sono
rimasto nudo tutta la notte. Non ho capito cosa fosse successo.
Il giorno dopo uno degli SS ci ha portato nel magazzino dei vestiti. Un
grande magazzino pieno di vestiti. Probabilmente erano i vestiti degli
ebrei. Lì mi hanno dato un vestito, delle ciabatte molto mal
ridotte, un asciugamano, che in realtà ho rubato. Non era
permesso prenderlo, ma io l’ho preso.
Dopo sei, sette giorni, ci hanno caricato su un autocarro e siamo
andati verso l’Austria. Gli alleati però avevano
bombardato un ponte e siamo finiti quindi in un piccolo campo, vicino a
Tolmezzo. Eravamo in pochi, circa una ventina. La sorveglianza era
scarsissima. E da lì, con l’aiuto di alcuni
partigiani italiani siamo riusciti a scappare in tre e a ritornare
verso casa.
(Musica)
Marta Ascoli
E alle volte, quando il campo era già pieno, allora il
trasporto andava direttamente al gas. Quindi loro non entravano
neanche, andavano direttamente… e questo periodo…
luglio, agosto, settembre e ottobre, i crematori… le camere
a gas avevano funzionato tutte le notti perché arrivavano e
venivano uccisi, venivano continuamente uccisi. Funzionavano
continuamente. E un crematorio poteva benissimo, lavorando a pieno
ritmo, ucciderne fino… millecinquecento… come
minimo… erano quattro i crematori…
quindi…
(Rumore
di pioggia)
Marta
Ascoli
Stik… ci chiamavano Stik, e poi ci avevano dato un numero,
io difatti ho un numero sul braccio ed è una delle poche
parole che so in tedesco. E il mio numero era 76.479 [in tedesco]. Che
sarebbe 76.479. Noi non avevamo nome, non avevamo niente, anche
all’appello ci chiamavano per numero.
Io rimasi a Birkenau fino al 31 dicembre del ’44. In quel
periodo… siccome avevo lavorato fino all’ultimo
giorno, e se stavo lì ancora un giorno o due morivo
perché oramai erano 27 gradi sottozero, io ed altre persone
fummo portate con un trasporto in Germania, a Bergen-Belsen, che
è vicino ad Amburgo. E lì dopo qualche mese, il
15 aprile del ’45, ormai ero già tra i morti,
fummo liberati dagli inglesi… il 15 aprile del
’45…
Ritornai in Italia verso i primi di agosto, mi sembra. In
condizioni naturalmente precarie, dopo dovetti curarmi per un anno o
due, insomma…
Io compii diciotto anni proprio proprio ad Auschwitz… a
Birkenau…diciotto anni
(Rumore
di un campanello)
Cancelliere
Entra la corte.
(Rumore
di sedie che vengono spostate)
Domenico Maltese
In nome del popolo italiano, la Corte d’Assise visti gli
articoli 483, 488, 489 del codice di procedura penale, 36 e
72 del codice penale, dichiara l’imputato Oberhauser Joseph
colpevole del reato ascrittogli e lo condanna alla pena
dell’ergastolo con isolamento diurno per tre anni ed al
pagamento delle spese processuali. Visto l’articolo 479 del
codice di procedura penale dichiara non doversi procedere contro Aller
August Ernst Dietrich per estinzione del reato ascrittogli per morte
dell’imputato. L’udienza è tolta.
(Musica)
Andrea
Giuseppini
Nel 1976, a trent’anni dai fatti, si è tenuto a
Trieste il processo contro i responsabili dei crimini commessi duranti
l’occupazione tedesca alla Risiera di San Sabba.
Dopo aver ascoltato le testimonianze di Marta Ascoli e di Franc
Šircelj, due tra i pochissimi testimoni della Risiera ancora
in vita, cercheremo di ricostruire le complesse vicende che portarono
all’incriminazione e alla condanna di una sola persona:
Joseph Oberhauser, comandante dell’unico campo di
concentramento dotato di forno crematorio fatto costruire dagli
occupanti tedeschi in Italia.
(Musica)
(continua)
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